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La paranza degli stronzi e dei deboli di cuore

“Come faranno i pesci rossi in fondo al mare a riconoscersi tra loro, tutti neri neri nell’oscurità?”

Così cantava Sergio Endrigo, condensando in poche righe quel che resta di questa estate di smottamenti emotivi.

Passare attraverso una sofferenza intensa ti permette di imparare a decifrare i contorni delle ombre altrui, questo lo sto imparando. Ma il gioco sta tutto nella reciprocità.

Riconoscersi, per l’appunto.

Gli abissi della nostra coscienza sono terreno impervio, talvolta insondabile persino a noi stessi, figuriamoci agli altri.

“Ha paura anche della sua ombra”, si dice così no? Ma come accade che diventiamo noi stessa ombra? Dietro la quale celare la nostra natura autentica, sopraffatta dalle paure e dal troppo dolore.

Ci si può riconoscere nell’ombra o malgrado essa? Siamo ancora in grado di prenderci questo rischio? Tutti bravi a riconoscersi a viso aperto e luce abbagliante in faccia… ma esiste un limite oltre il quale diventano i dolori e le delusioni quelli che accomunano.

E allora come si gettano le basi per una relazione autentica? Come si impara a tastarsi al buio, a lasciarsi andare ad un tocco nuovo e pericoloso, capace di affondare il suo colpo letale nella carne morbida, dove fa più male?

Spesso il dolore degli altri è il più difficile da accettare e riconoscere. Ed è più facile infliggerne altro, piuttosto che prendersi il rischio di lasciare andare i propri ormeggi e cominciare a navigare in nuove acque, alla scoperta di noi stessi in un mare sconosciuto.

La bravura sta nel trovare l’equilibrio e il coraggio di riprendere il volo ancora una volta, tuffarsi in quegli abissi, succeda quel che succeda, in bilico in un gioco di resistenze e rilasci

Chi spinge e chi tira, al momento sbagliato: così si cade a gambe all’aria, o ci si crolla addosso, esausti.

Abbarbicati su fortezze emotive inespugnabili, incapaci di mollare la propria zavorra emotiva, o al contrario lasciarla andare al momento sbagliato, facendola colare a picco come un sasso nello stagno, accusando il colpo delle risonanze e dei cerchi che si allargano come lividi, aggiungendo dolore ad altro dolore.

E viceversa: fino a che punto è lecito farsi carico del dolore altrui? Svuotarsi per accogliere senza farsi travolgere, assumersi la responsabilità della sofferenza di chi ci sta di fronte, prenderla in pegno e restituirla alleggerita, smussata come un ciottolo levigato dal mare.

Dove sta il limite? Quanto siamo capaci di mettere da parte le nostre ombre, i nostri mostri? Quanto coraggio ci vuole a tastarsi, ciechi nell’oscurità, e riconoscere un profilo, la consistenza del corpo che ci troviamo di fronte, l’energia che ne emana. Come si fa a fidarsi di nuovo a nuotare negli abissi, popolati spesso da pesci voraci che non attendono altro che un cenno di cedimento per azzannare di nuovo?

Quanto siamo capaci di aprirci, disponibili all’ascolto ma anche capaci di cedere al momento giusto, accogliere l’altro in un abbraccio consolatorio, e lasciarsi accogliere, di nuovo, mostrando il fianco?

Al buio è più facile, nascondersi, schermirsi, proteggersi.

Ma forse è proprio lì che è più facile lasciarsi andare. Protetti dall’oscurità, annusiamo chi ci sta di fronte, sfruttando il poco tempo che resta, giocando sulla lentezza anziché sullo scatto del centometrista.

Una maratona di sensi all’erta e corazze alzate. In attesa di uno squarcio di luce a ferire le tenebre, per scoprirsi in fondo non tanto diversi; piuttosto uguali, come stupidi pesci rossi impauriti, destinati ad incontrarsi, anche al buio, nel fondo del mare.

O a finire fritti e infarinati in padella. La paranza degli stronzi e dei deboli di cuore.

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